Detenuto 515. Bresci: ideologia di un regicida

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Carlo Capuano

Detenuto 515. Bresci: ideologia di un regicida

Fu intenzionalmente fatta durare
a lungo la certezza che
Gaetano Bresci fosse l’esecutore
di un progetto o, ancora,
che il suo gesto fosse il segnale
per un più vasto disegno
che doveva aprire la strada a
un’imminente rivoluzione.
Da tempo si voleva far passare
per certa una generale azione
violenta, maturata nel profondo
disagio che costringeva le
masse a misurarsi con una
costante indigenza. Un timore
che doveva restare presente
e sollecitare la reazione delle
classi abbienti, divenute sempre
più insaziabili e possessive,
per riceverne un entusiastico
plauso dopo le ricorrenti e sanguinose azioni repressive.

Tuttavia, nonostante le ferite provocate dagli interventi governativi, le rivendicazioni non accennavano a
diminuire.
Era un procedere fra tante incertezze, una sicura instabilità che si riproponeva ormai in tutti quei paesi
dove l’industrializzazione si era fatta avanti con disordinato sviluppo, lasciando irrisolto o  reggiorandolo, per estrema avidità, il complesso rapporto che regolava il mondo del lavoro.
Con il secolo XIX, superata la bufera napoleonica, sì cercò di ricucire i vecchi equilibri politici e sociali,
ma la situazione era talmente mutata che ogni soluzione proposta appariva subito come inefficace o irrealizzabile.
La valanga umana che si andava impadronendo della scena, reclamava a forza un riconoscimento giuridico che la facesse partecipe di ogni decisione, specialmente quelle che la riguardavano da vicino.
Si generarono nuove dottrine politiche, ideologie, forme di pensiero rivolte a modificare e a realizzare
altri assestamenti, a incidere profondamente nelle relazioni sociali.
Anche l’economia, come scienza, muoveva i primi passi, sempre stentati e con molte approssimazioni,
prima di spiegare con precisione i processi di produzione, scambio e consumo dei beni che regolavano i
rapporti umani.
In momenti ormai così densi di tensioni, toccò al socialismo prevalere su tutto, proponendo interessi
collettivi, superiori a quelli individuali. Ed è su queste prospettive che le forze del lavoro si organizzarono
per sostenere con maggior vigore quei riconoscimenti da sempre negati.
Di fronte a questi pericoli, ai governi toccava recuperare timori, creare allarmi e far comprendere quanto
necessario fosse intervenire con insistenti e violente azioni di forza.
L’industria doveva crescere e prosperare, permettere alle nuove aristocrazie padronali di beneficiare degli improvvisi arricchimenti senza segnare il passo o porsi un limite. E questo si prestava già a un’evoluzione che chiamavano progresso.

150 pagine

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